Traumatizzati

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La parola trauma è sulla bocca di tutti. E’ una parola che viene dal greco e significa “ferita”.

Dopo la guerra del Vietnam si è sentito parlare moltissimo di trauma. I veterani facevano ritorno negli Stati Uniti ed erano o perennemente irascibili o completamente appiattiti. L’integrazione a una nuova vita sembrava quasi impossibile.

Accade così perché il trauma spacca il tempo: segna un prima e un dopo, con una scissione netta che non ammette passaggi e inversioni di rotta.

Come fare a risolvere la situazione di migliaia di ex soldati, che non avevano più modo di adattarsi a una vita comune? Il trauma di guerra faceva rivivere loro dei forti incubi sia di notte che di giorno, ma senza che questi avessero alcunché di onirico: erano la riesperienza viva e attuale di quanto avevano vissuto in guerra. Alcol, sostanze stupefacenti, tabacco diventavano strategie per distrarsi da quei ricordi perseguitanti, per alleviare il dolore.

Fu così, che si rese necessario introdurre una diagnosi psichiatrica per potersi occupare di questi soggetti, che dal punto di vista clinico avevano caratteristiche uniche. Venne così introdotto il PTSD, il disturbo postraumatico da stress.

Quanti bambini, ormai adulti, vivono bloccati nel ricordo di quel parente o di quell’insegnante, che aveva messo loro le mani addosso durante l’infanzia? Quanti continuano a rivederlo in tutte le persone che incontravano?

Quante persone, scappando dal proprio Paese, sono finite in prigione e hanno subito torture dai trafficanti? Quante, invece, sono morte in mare o tra le dune del deserto? E se il morto non sei tu, ma un tuo parente? Magari tuo figlio? O tua mamma?

Quante altre, sono state minacciate con un’arma, derubate o si sono trovate coinvolte in un attentato?

Chi invece ha preso le botte per tutta la vita e si è trovato magari al pronto soccorso per delle lesioni aggravate? O senza arrivare a tanto, magari è stato sempre semplicemente ignorato da chi doveva prendersene cura?

Tutti loro sono i traumatizzati. Persone qualunque con le quali la vita non è stata tanto clemente.

Se notate una caratteristica in comune tra queste persone, un fil rouge, che unisce le loro storie, vi soffermate su una mano. E’ una mano sempre umana, a volte anche molto prossima.

Sono questi i traumi più difficili da elaborare: che senso ha? Questa è la grande domanda.

Come può un altro essere umano fare così male?

E se un trauma è di natura sessuale, questa confusione è ancora più amplificata dalla valenza affettiva dell’atto sessuale stesso. Perché?

Si può essere traumatizzati anche per delle cause naturali, quali terremoti, tsunami, frane o valanghe. Le malattie improvvise possono avere un impatto traumatico.

Ma l’integrazione nel proprio Sé di una ferita tanto grande inferta da un altro essere umano lascia solo inciampi e profondi crepacci.

Allora, come si può guarire da un trauma?

Sembra banale, ma in modo esattamente contrario a quello per cui si è stati traumatizzati: con l’amore di altri esseri umani, con una relazione umana in cui portare queste parti spaccate di sé e poterle tenere insieme, con un’accoglienza del corpo traumatizzato e una sua risignificazione. E’ questo che accade nella psicoterapia: si crea una relazione integrante e curativa, ma soprattutto, profondamente umana.

Bibliografia:

  • Bessel Van Der Kolk, “Il corpo accusa il colpo“, 2015, Raffaello Cortina ed.
  • Clara Mucci, “Corpi borderline“, 2018, Raffaello Cortina ed.

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Scopri di più da Dott.ssa Chiara Soligo | Psicologa clinica, sessuologa e psicoterapeuta in formazione

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