Di amore ci sono un’infinita varietà di forme e colori. Ci sono persone che hanno una capacità di amare straordinaria, un cuore pulsante che si innamora facilmente. Ce ne sono altre per cui l’amore, inteso come amore romantico, non è una parte importante della vita e non è in alcuni casi mai stato provato.
Al giorno d’oggi stiamo decostruendo, piano piano, il mito dell’amore romantico -tanto sostenuto dalla Disney-, che sicuramente ha fatto commuovere intere generazioni, ma ha contribuito allo stabilimento dell’ambizione comune di un amore idealizzato e troppo poco rappresentativo per essere vicino alla realtà di molti. Un amore tra un giovane uomo ricco e potente e una bellissima e ingenua donna: davvero pochə al mondo possono sentirsi rappresentatə. Un ideale di amore a prima vista e di happy ending, che basterebbe alleggerire per renderne meno ansiogeno il confronto, leggendolo per quello che è: un innamoramento di cui il vissero felici e contenti, guarda a caso, non si vede mai.
Questo non vuol dire che non possano esistere coppie durature, che suggellano il giorno del proprio matrimonio un finale felice. Anzi, vi sono casi di legami dalla connessione talmente profonda da portare a una morte quasi contemporanea degli amanti.
Ma l’amore è fatto anche di conflitti, di difficoltà, di sfide. E’ difficile ragionare per due, proprio perché la coppia non può prescindere da due individualità. Potrebbe non esserci conflitto laddove l’amore ha costituito una fusione in un’unica entità, che non può più permettergli di essere definito tale.
Lungi da me definire l’indefinibile e dare giudizi sull’ingiudicabile espressione di sé, ma se definiamo l’amore come processo generativo, che amplia invece di limitare, che aumenta il benessere invece del malessere, che porta, come sostiene Eric Fromm, ad amare il mondo e la vita stessa quando si ama una persona, allora capiamo come la riduzione da diade a monade non sia propria dell’amore. Zygmunt Bauman ci suggerisce l’impossibilità della fusione: “in ogni amore ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni dell’altro”. Diventare un unico essere amante nega l’incognita insita nell’alterità, annulla il rispetto per l’Altro in quanto diverso da me e il rispetto da me in quanto Altro.
“Paradossalmente la capacità di stare da soli è la condizione prima per la capacità di amare” possiamo controbattere, citando Eric Fromm. Amare è accettare se stessə per come si è, diventare consapevoli dei propri bisogni e dei propri limiti, così da poterli comunicare. Vuole esattamente dire acquisire la stessa capacità di nutrire lo stesso identico rispetto che si nutre per se stessə per l’altra persona, amarla per come è e non per come vorremmo o avremmo bisogno che fosse.
Amare vuol dire volere il bene della persona amata, incontrarlə nel punto in cui si trova, tollerando l’incertezza di non poterla possedere. Sì, perché l’amore maturo contempla la possibilità della sua fine e all’intero di questi limiti scrive poesie, fa nascere fiori, danza le musiche più belle.
Per questo l’amore è come un esercizio di equilibrio tra la vicinanza e la distanza, tra sé e l’Altro. Mettersi troppo al centro o porsi sempre a una certa distanza, non vuol dire incontrare l’Altro. Potrebbe rappresentare il non dare neanche a sé stessə l’opportunità di conoscersi attraverso il legame con un’altra persona. In un legame apparente in cui si incontra la visione più rassicurante di sé, ci si precludono le proprie parti inesplorate.
Ma l’amore potrebbe, invece, portare a dire: “Se posso dire a un altro “ti amo”, devo essere in grado di dire, “amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso” (E. Fromm, L’arte di amare). Un amore che crea e non distrugge, che vede e non nega, che amplia le possibilità. Un amore che sa che può finire, ma fintanto vive e arde. Un amore che “non guarda con gli occhi, ma con l’anima”, come dice William Sheakespeare.
Se pensiamo all’amore come a un atto generativo, che parte sicuramente da un’affinità elettiva e si costruisce nel tempo e con continui sforzi verso l’Altro, non possiamo che abbracciare la soluzione per la quale “l’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso di isolamento e di separazione e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno e tuttavia restano due” (E. Fromm).
Per questa sua connaturata generatività, sull’amore è già stato detto tantissimo e possiamo solo aggiungerne all’infinito. Dell’amore non possiamo comprendere le risposte, ma solamente amare le domande.


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