Non è facile chiedere aiuto quando si sta male. Non è neanche facile riconoscere di stare male e nemmeno dare valore a quello che si sente. Si potrebbe pensare di non stare abbastanza male, oppure di stare talmente male da essere un caso perso, che nessuno può più aiutare.
Il rapporto con la richiesta di aiuto è molto personale. Ognuno di noi accetta un diverso grado di intervento da parte degli altri nella propria vita. Questo non vale solamente con le persone. Basti pensare al rapporto con i farmaci: vi sono persone che vi ricorrono per qualunque leggero sintomo e persone che li rifiutano anche quando stanno male, o che si scordano di prenderli e sono incostanti con le terapie.
Ma ci meritiamo davvero di essere aiutati? Non dobbiamo essere solamente più forti e cavarcela da soli? Perché le altre persone non si accorgono di noi e non ci aiutano senza che lo chiediamo? Chissà cosa penseranno di me se chiedo aiuto? Non starò impazzendo? Magari c’è chi ha più bisogno di me…
Questi sono solo alcuni dei pensieri che possono riecheggiare nella testa di una persona che pensa di voler chiedere aiuto a unə professionistə della salute mentale.
Per chiedere aiuto, innanzi tutto, bisogna essere disponibili a farsi aiutare e questa disponibilità la si matura nel tempo, spesso procrastinando la richiesta o effettuando vari tentativi senza riuscire a portarli avanti. Non c’è nulla di sbagliato in tutto ciò, anzi, fa parte di un processo che ha bisogno dei suoi tempi e della sua cura per maturare.
Ma perché è così difficile prendersi cura di sé? Perché soprattutto nell’ambito della salute mentale?
Sicuramente andare da unə psicologə, psicoterapeutə o psichiatrə si porta dietro tutto quell’alone di stigma che è da sempre legato alla malattia mentale. Fortunatamente nella nostra società è più facile parlare di salute mentale senza incontrare stigma, ma non dobbiamo dimenticarci di quest’aspetto culturale che può far sentire “pazzə” chi ricerca questo tipo di aiuto professionale. La verità è che non solo non si è pazzə, ma, se si è riuscitə a chiedere aiuto, spesso si sta già un po’ meglio, perché almeno per un po’ si è riusciti a prendersi cura di sé.
E poi, dallə psicologə, psicoterapeutə e psichiatrə non si va solo se si soffre di un disturbo mentale, ma si può andare anche perché si sta attraversando un momento difficile della propria vita, perché si hanno delle difficoltà nella relazione con alcune persone o con se stessi, oppure semplicemente per curiosità: “come funziono io?”
La vita di ogni persona è un percorso tortuoso, costituito da fasi e momenti più facili e scorrevoli e da difficoltà e sofferenza. Ognuno manifesta la sofferenza in modi e tempi completamente diversi, ma non c’è niente di più “normale”, termine usato proprio nella sua valenza statistica, che soffrire. Provocatoriamente ribalterei lo stigma asserendo che “dallə psicologə/psichiatrə vanno i sani”.
Sì, perché siamo sani se stiamo male, siamo sani se soffriamo di ansia o di depressione, se ci sentiamo diversi e non sappiamo più cosa fare. Siamo sani, ma possiamo sicuramente stare meglio di così. Possiamo chiedere a un professionista di aiutarci a sentirci meglio e a vivere meglio la nostra vita.
Certo, a chiedere aiuto ci si può vergognare un po’. Si può avere paura di relazionarsi con un’altra persona, di venire giudicati, di non sapere cosa dire o di provare vergogna o sentimenti contrastanti per quello che invece si vorrebbe raccontare. Questo passaggio risulta generalmente ancora più difficile per gli uomini, socializzati fin da piccoli a dover dimostrare di essere forti e a non poter esprimere le proprie emozioni e la propria sofferenza.
Qualunque siano le preoccupazioni legate a questa difficile richiesta, hanno tutte molto senso. Non si sa veramente cosa succeda dentro a quella stanza, non si sa davvero di cosa si possa parlare o come funzioni. Non si sa come ci si sentirà con quella persona.
Uno dei principi cardine di chi fa questo lavoro è far sentire chi chiede aiuto accolto, esattamente così com’è.
Non c’è giudizio in una stanza di colloquio, non ci sono cose giuste o sbagliate.
Ci sei solo tu con quello che porti e lə professionista che hai davanti.
C’è la relazione tra due persone umane, in cui una delle due chiede all’altra di aiutarla a stare un po’ meglio.
Facendo questo lavoro, non posso che concludere quest’articolo con una piccola provocazione: cosa succederebbe se stessi meglio?


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